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Il giorno prima della felicità – Erri De Luca

Erri De Luca - Il giorno prima della felicità

Il romanzo racconta la storia di un fanciullo orfano che ama andare a scuola, ascoltare gli altri, cresce e diventa uomo attraverso la luce emanata dai libri del signor Raimondo e le storie raccontate dal Signor Gaetano, portinaio tutto-fare di un caseggiato di Napoli nel cui sotterraneo durante la guerra ha trovato rifugio un uomo le cui esternazioni non sono banali.

Don Gaetano, a sua volta orfano cresciuto in un orfanotrofio , ha vissuto la guerra e l’arrivo degli americani a Napoli, è un uomo dotato di elevata sensibilità e riesce a vedere i pensieri che passano nelle mente delle persone e il ragazzino è consapevole che vede anche i suoi. In ogni caso fra i due nasce un legame molto forte, attraverso le narrazioni di don Gaetano e i suoi insegnamenti velati ma incisivi , il ragazzino cerca di costruirsi un’identità e impara a vivere in una città in cui la vita ha molteplici volti .“Smilzo” così viene chiamato il ragazzino, è innamorato di Anna, colei che le regalerà “ il giorno prima della felicità “ , ma è anche colei che ha il fidanzato camorrista e con il quale avverrà uno scontro che terminerà con lo spargimento di sangue.

Il giorno prima della felicità  è un libro suggestivo e lirico, di quelli che si leggono una volta e ci si ritrova a sottolineare, segnare le pagine e poi rileggere. Breve, ligneo, fatto di realtà. E’ il viatico di quel piccolo orfano che cresce ingenuo e curioso fino alla Felicità presunta. Felicità, quella parola chiave e ossessiva che pervade in sordina la lettura, sempre lì in attesa dell’inerme fluire. Da leggere

 

I suoi racconti diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori, ma la persona di un popolo. Ci congedammo a mezzanotte. Mi alzai dalla sedia che ero cresciuto, ero più alto, sotto i piedi c’era una suola che mi alzava di nuovi centimetri.
Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere.

Estratto

Ascoltavo le storie della città e la riconoscevo per mia. Mi veniva assegnata da don Gaetano, a cucchiaini, la sua cittadinanza. Era la storia di molti che si stringevano a fare popolo. Era stata dimenticata in fretta. Era buona come il baccalà in padella. Succede alle ore grandiose di abbattersi a ondate di libeccio contro le barriere, durare tre giorni e lasciare un’aria di pulito nei polmoni.

” A via Foria le barricate con i tram fermarono per ore i carri armati Tigre. Alla fine riuscirono a passare ma non a via Roma. Dai vicoli a monte scendevano all’assalto uomini e ragazzi a buttare bombe e fuoco in mezzo ai cingoli. Contro quei mucchi di spiritati, i corazzati non potevano niente, si ritirarono.”
Chiedevo come parte una rivolta.
“L’assalto del primo giorno fu contro un camion tedesco che era andato a saccheggiare una fabbrica di scarpe. Negli ultimi giorni di settembre i tedeschi si erano messi a razziare quello che potevano dentro i negozi e pure nelle chiese. Cominciò con un assalto improvvisato a un loro camion carico di scarpe, la prima battaglia.”
C’erano le navi americane in vista, i tedeschi sul punto di partire: perché rischiare quand’era così prossima la liberazione? A Roma, mesi dopo, nelle stesse condizioni non era successo niente, la gente aveva aspettato.
“Non era sicura la ritirata, avevano forze sufficienti per resistere. Avevano preparato la difesa contro lo sbarco in città, si preparavano a dare battaglia. E poi si erano indurite le collere, gli uomini nascosti premevano per uscire dal sottosuolo di tufo, c’era lo sgombero forzato della fascia costiera, per la profondità di trecento metri dal mare dovevano essere svuotate le abitazioni. La città sta addosso al mare, svuotarla per una larghezza di trecento metri fece centomila sfollati da un giorno all’altro, accampati, non sapevano dove mettersi. Sì, potevamo lo stesso stare in attesa, tenere giù la testa e contare le ore. Perciò non lo so perché saltammo come i grilli per le strade tutt’insieme. Quello che ti butti a fare in quelle ore è un poco tuo, il resto è di quel corpo che si chiama popolo. Sono le persone intorno che fanno come te e tu che fai come loro. Un momento stai davanti a tutti, poi altri ti superano, qualcuno cade morto e gli altri continuano in nome suo quello che è iniziato. E’ una cosa che somiglia a una musica. Ognuno suona uno strumento e quello che ne viene fuori non è la somma dei suonatori ma è la musica, una corrente che si muove a onde, scortica il mare, è una fame che ti fa vedere il pane buttato a terra, e tu lo lasci a un altro, una madre che passa un sasso al figlio, la commozione che fa salire agli occhi il sangue e non le lacrime. Non te la so spiegare, la rivolta. Se ti troverai dentro di una, la farai e non somiglierà a questa che racconto. Eppure sarà uguale, perché sono sorelle tutte le rivolte di popolo contro le forze armate.”

Capivo a scatti l’insurrezione e me la figuravo pure a scatti, come la resurrezione di un corpo. Una prima contrazione nervosa, poi il muscolo di un dito che si muove, la mossa di un tic, un risveglio che inizia alla periferia del corpo. Solo dopo essersi sollevato a sedere, Lazzaro ricorda di avere sentito la voce che gli ordinava di tirarsi su. Riuscivo a figurarmi così l’insurrezione, la scarica di energia in un corpo spento. Ma come era arrivato a spegnersi, come si era ridotto a soldatino di piombo?
A scuola non l’avrei potuta ascoltare una lezione precisa come il racconto di don Gaetano. A scuola studiavamo fino alla prima guerra mondiale, poi finiva l’anno scolastico e il 1900. Un giovanotto aveva sparato a un arciduca e il mondo aveva fatto guerra a se stesso, diviso tra chi stava con l’arciduca e chi col giovanotto. L’Italia che era alleata con l’arciduca, prima, se n’era stata quieta, poi si era messa con quelli del giovanotto. La prima guerra mondiale era stata un unico scavo di trincea, che è un posto in cui gli uomini stanno già coi piedi nella fossa. Ma la seconda guerra mondiale, la ricaduta?
Non me la figuravo la gioventù che si era fatta fondere in soldatino di piombo. Si era trasformata negli adulti che avevo intorno, erano loro la generazione più inguaiata, decimata, in tutta la storia del mondo.
“Conoscevo un giovanotto, teneva vent’anni all’inizio della guerra. Era bravo, studioso, povero e di buona volontà. Per campare dava lezioni private agli studenti. Si era innamorato di una ragazza, andava a casa sua a insegnarle italiano e matematica. Ma l’innamoramento si è saputo dopo. Portava il lutto stretto, gli era morto il padre. Vestiva una giacchetta nera consumata ai gomiti, lucida per quant’era sfinita. Si era innamorato e si intristiva di non potersi mettere addosso un poco di colore. Era appassionato delle sue materie, sapeva a memoria molti versi di Dante. Nel giugno del ’40 l’Italia entra in guerra e lui si arruola volontario. Non aspetta di essere chiamato, non approfitta di essere unico sostegno di madre vedova, va volontario in Marina. E finalmente si può togliere il lutto, felice di potersi presentare con la divisa azzurra di guardia marina. Faceva i discorsi patriottici, ma l’entusiasmo suo era quell’uniforme colorata addosso. Si presentava con quella a fare le ultime lezioni. Quella ragazza, che l’ha saputo dopo di essere amata, scriveva dei temi che lui conservava. Glielo disse la madre, la vedova, quando lei andò a trovarla.
Insomma fa a tempo a imbarcarsi e a morire nello scontro navale al largo di capo Teulada, il mese di novembre del ’40. Aveva una bella faccia bruna, seria, piena di volontà e la divisa azzurra gli aveva messo addosso i panni della gioventù che gli mancava. Così succede di buttarsi in guerra, e non ti permettere di credere che è poco.
” Non mi permetto, don Gaetano, lo farei per Anna.”
Alla fine dell’insurrezione la prima camionetta americana entrò sul lungomare preceduta di poco da un soldato nostro in divisa da bersagliere che gridava: ” E’ fernuta, avimmo vinciuto”. I tedeschi stavano ancora a Capodimonte con l’artiglieria pesante a coprire la ritirata.
Subito cominciò il contrabbando, la roba americana che usciva dalle navi. Dai depositi spariva a camionate la loro abbondanza. Per trasporto si usavano pure le fogne. Don Gaetano in mezzo a Santa Lucia vede alzarsi un tombino, sbucare una testa che si guarda intorno. Lui si avvicina per dare una mano a farlo uscire, quello risponde: “Scusate, aggio sbagliato strada”. S’infila di nuovo sotto e richiude il tombino.
Quella sera durò più delle altre. Don Gaetano mi passava le consegne di una storia. Era un’eredità.
I suoi racconti diventavano ricordi miei. Riconoscevo da dove venivo, non ero figlio di un palazzo, ma di una città. Non ero un orfano di genitori, ma la persona di un popolo. Ci congedammo a mezzanotte. Mi alzai dalla sedia che ero cresciuto, ero più alto, sotto i piedi c’era una suola che mi alzava di nuovi centimetri.
Mi aveva trasmesso l’appartenenza. Ero uno di Napoli, per compassione, collera e pure vergogna di chi arriva tardi a nascere.

Nello stanzino pensavo a quell’altro giorno prima, al sabato di Anna. Era meglio quest’altro giorno prima. Conteneva una crescita, il rispetto improvviso delle persone intorno, il caffé della vedova, le partite vinte a scopa. Questo giorno prima conteneva più spinta. Diminuivo Anna? No, la mettevo a titolo di tutto. Da lei dipendevano i giorni prima e quelli dopo. Da lei veniva il mio sì a tutto. Dormii liscio e profondo. Al risveglio la prima mossa fu per il coltello. Pensai: non è per ora. Don Gaetano era su per le scale a fare pulizie, gli lasciai un biglietto di saluti. Nel vicolo qualcuno mi salutò portandosi la mano al cappello.
A scuola ascoltai a fondo le lezioni. Mi accorsi di com’erano importanti le cose che imparavo. Era bello che un uomo le metteva davanti a un’assemblea di giovani seduti, che avevano uno slancio nell’ascolto, nell’afferrare al volo. Bella un’aula in cui stare per conoscere. Bello l’ossigeno che si legava al sangue e che portava in fondo al corpo il sangue e le parole. Belli i nomi delle lune intorno a Giove, bello il grido di “Mare, mare” dei greci alla fine della ritirata, bello il gesto di Senofonte di scriverlo per non farlo smettere. Bello pure il racconto di Plinio sul Vesuvio esploso. Le loro scritture assorbivano le tragedie, le trasformavano in materia narrativa per trasmetterle e così superarle. Entrava luce in testa come ne entrava in aula. Fuori era un giorno lucente, uno di maggio finito nel mazzo di dicembre.
Tornai verso casa continuando a pensare alle lezioni. C’era una generosità civile nella scuola pubblica, gratuita che permetteva a uno come me di imparare. Ci ero cresciuto dentro e non mi accorgevo dello sforzo di una società per mettere in pratica il compito. L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori.

Erri De Luca, da Il giorno prima della felicità , Feltrinelli Editore, Milano, 2009.