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La storia – Elsa Morante

La Storia

La Storia,  pubblicato nel giugno del 1974, è il più celebre e discusso tra i romanzi di Elsa Morante. Un romanzo corale non solo perché racconta una storia ricca di personaggi, ma perché, appunto, è LA STORIA. Commovente, penetrante, totalizzante. Ambientato a Roma, durante e dopo la Seconda Guerra Mondiale, racconta  la vita di una famiglia, in quel periodo, e di tutto ciò che la Storia ha portato nelle loro esistenze. Uno dei protagonisti, il piccolo Useppe, è di quelli che restano indelebili nella memoria. In questo romanzo la Morante propone una doppia chiave di lettura. La prima:  la Storia (quella con la S maiuscola) mangia vive tutte le storie singolari (quelle con le s minuscole),  quelle che si possono raccontare tra esseri umani, le vite; ma anche le vite di tutto ciò che è presente sulla terra in una forma non umana, ovvero animali, vegetali,  paesaggi, etc. La seconda è il fatto che, sebbene la Storia sia fatta non si sa bene da chi, essa è comunque fatta secondo la figura della violenza, nella sua forma estrema che è la guerra.

L’umanità, per propria natura, tende a darsi una spiegazione del mondo, nel quale è nata. E questa è la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l’infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia.

Estratto:

Ma era passata poco piú di un’ora (dovevano essere circa le nove e mezza) quando le sopravvenne una sorta di malessere insostenibile. Si trovava nella stanza della direttrice, in riunione con altri insegnanti, e dapprincipio, non essendo nuova a certi fenomeni nervosi, si sforzò di seguire tuttavia la discussione in corso (si trattava di Colonie estive, di certificati delle famiglie, di questioni
 di merito e di diritto degli alunni…) finché si persuase, con una certezza quasi accecante, che tutto questo non la riguardava piú. Essa avvertiva il suono delle voci intorno, e ne udiva anche le parole, ma in una dimensione rovesciata, come se queste voci fossero un ricordo, che intanto le si mischiava alla rinfusa con altri ricordi. Le pareva che fuori, sotto il sole bruciante, la città fosse invasa dal panico, e la gente corresse verso i portoni, a un avviso insistente: «è l’ora del coprifuoco! » e non capiva piú se fosse giorno o notte. D’un tratto ebbe la sensazione cruda che, dall’interno, delle dita graffianti le si aggrappassero alla laringe per soffocarla, e, in un enorme isolamento, ascoltò un piccolo urlo lontano. La stranezza fu che lei non riconobbe quell’urlo. Poi la grande nebbia si sciolse, e la scena presente le riapparve normale, con la direttrice al suo scrittoio e gli insegnanti seduti all’intorno in discussione. Costoro, frattanto, non s’erano accorti di nulla: Ida, infatti, era soltanto impallidita.
Di lí a pochi minuti, la medesima sensazione già provata le tornò uguale: di nuovo le unghiate che la soffocavano, l’assenza, e l’urlo. Le pareva che quest’urlo, in realtà, non appartenesse che a lei stessa: quasi un lamento sordo dei suoi bronchi. Passando, esso le lasciava un segno di offesa fisica, pari a una mutilazione. E alla sua coscienza annebbiata sventolavano, insieme, degli avanzi stracciati di memoria: il giovane soldato tedesco a Via dei Volsci steso su di lei, nell’orgasmo… Lei bambina, in campagna dai nonni, dietro al cortile dove si sgozzava una capretta, per la festa… Poi tutto si sperdeva in disordine, fra lo svanire della nebbia. Nel corso di forse un quarto d’ora, a intervalli piú o meno uguali, la cosa si ripeté ancora due volte. D’un tratto Ida si alzò dalla sua sedia, e, balbettando qualche scusa incoerente, corse nel piccolo ufficio della segreteria, che oggi era deserto, per telefonare a casa.
Questa non era la prima volta che, alla sua chiamata, per l’uno o l’altro motivo la nota vocina da Via Bodoni tardava a rispondere, o non dava risposta affatto. Ma oggi, gli squilli a vuoto di là dal filo le arrivarono come un segnale di sommovimento e d’invasione, che le comandava di correre a casa d’urgenza. Essa si lasciò cadere il ricevitore dalle mani trascurando di riagganciarlo. E, senza nemmeno riaffacciarsi sulla stanza della direzione, infilò la scala verso l’uscita dabbasso. Di nuovo, a metà della scala, fu sorpresa da quello strano spasmo ripetuto, ma il grido interno che glielo accompagnava stavolta era piú simile a un’eco: e le portava una oscura indicazione della propria sorgente a cui ribatteva tardato e spoglio. Anche la nebbia, che l’aveva arrestata a metà scala, stavolta si dissolse immediatamente, sgombrandole il passo.
Nell’androne, il portiere della scuola le gridò dietro qualcosa: difatti, secondo il solito, Ida gli aveva lasciato in consegna la sporta delle spese, già fatte prima dell’orario di lavoro. Essa lo vide spostarsi e muovere le labbra, ma non ne udí la voce. In risposta, gli fece con la mano un gesto incerto, che sembrava una sorta di saluto. Lo stesso gesto fece alla vecchia portinaia di Via Bodoni, che al suo passaggio le rideva accennandole col capo, soddisfatta di vederla cosí presto di ritorno.
Nel breve tratto da scuola fino a casa, Ida era stata esclusa, in realtà, dai suoni esterni, perché andava ascoltando un altro suono, del quale non aveva udito piú il simile dopo l’ultima sua passeggiata al Ghetto. Era, di nuovo, una specie di nenia ritmata che chiamava dal basso, e riesumava, nella sua dolcezza tentante, qualcosa di sanguinoso e di terribile, come si diffondesse verso punti dispersi di miseria e di fatica, a raccogliere nel chiuso le mandrie per la sera. Poi, non appena si riaffacciò sul secondo cortile, le voci reali della mattina la riaggredirono, con suoni di radio dalle finestre. Essa evitò di guardare in su alla propria finestra di cucina, dove Useppe, nei giorni della sua prigionia domestica, usava aspettarla dietro il vetro. Difatti, e quasi assurdamente, essa sperava di scorgere pure oggi, guardando in su, quella piccola sagoma familiare. E cercava ancora di sfuggire alla certezza che invece la finestra oggi era vuota.
Mentre s’inoltrava su per la scala, le pervennero, dall’ultimo piano, gli squilli del suo telefono di casa, che tuttora seguitava a suonare, da quando lei stessa ne aveva chiamato il numero, senza richiudere, pochi minuti prima, dalla segreteria. Solo quand’essa pervenne all’ultimo pianerottolo, lo stupido segnale tacque.
Allora, di là dall’uscio d’ingresso, le giunse una piccola voce penosa, che le sembrò il pianto di una bambina. Era 1’uggiolio di Bella, la quale, nel proprio lamento solitario, non reagí nemmeno all’udire il suo noto passo che avanzava sull’ultima rampa. Qua lei trasalí, vedendo una figura torva che la minacciava di fronte; ma non era altro, in realtà, che una macchia sul muro della scala, scrostato e umido per la prossimità delle fontane. Da quando loro abitavano il palazzo, quella macchia c’era sempre stata; ma Ida non aveva mai neppure notato, fino a oggi, una tale presenza terribile.
Nell’ingressetto buio, il corpo di Useppe giaceva disteso, con le braccia spalancate, come sempre nelle sue cadute. Era tutto vestito, salvo i sandaletti che, non affibbiati, gli erano cascati via dai piedi. Forse, vedendo la bella mattinata di sole, aveva preteso di andarsene pure oggi con Bella alla loro foresta? Era ancora tiepido, e cominciava appena a irrigidirsi; però Ida non volle assolutamente capire la verità. Contro i presagi ricevuti prima dai suoi sensi, adesso, davanti all’impossibile, la sua volontà si tirò indietro, col farglielo credere soltanto caduto (durante quest’ultima ora della propria lotta inaudita col Grande Male, in realtà Useppe, là nell’ingresso, era caduto e ricaduto da un attacco a un altro e a un altro, quasi senza sosta…) E dopo averlo trasportato in braccio sul letto, essa si tenne là china su di lui, come le altre volte, in attesa che lui rialzasse le palpebre in quel suo solito sorriso particolare. Solo in ritardo incontrando gli occhi di Bella, essa capí. La cagna difatti era lí che stava a guardarla con una malinconia luttuosa, piena di compassione animalesca e anche di commiserazione sovrumana: la quale diceva alla donna: «Ma che aspetti, disgraziata? Non te ne accorgi che non abbiamo piú niente, da aspettare?»
Ida provò lo stimolo di urlare; ma ammutolí a un ragionamento immediato: «Se grido, mi sentiranno, e verranno a portarmelo via…» Si protese minacciosa verso la cagna: «Sss…» le bisbigliò, «zitta, non facciamoci sentire da loro…» E dopo aver tirato il catenaccio nell’ingresso, in silenzio prese a correre le sue stanzucce, urtandosi nei mobili e nei muri con tale violenza da farsi dei lividi per il corpo. Si dice che in certi stati cruciali davanti agli uomini ripassino con velocità incredibile tutte le scene della loro vita. Ora nella mente stolida e malcresciuta di quella donnetta, mentre correva a precipizio per il suo piccolo alloggio, ruotarono anche le scene della storia umana (la Storia) che essa percepí come le spire multiple di un assassinio interminabile. E oggi l’ultimo assassinato era il suo bastarduccio Useppe. Tutta la Storia e le nazioni della terra s’erano concordate a questo fine: la strage del bambinello Useppe Ramundo.”

Elsa Morante, La Storia