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Natalia Ginzburg

Natalia Ginzburg (Foto)Il mio mestiere è scrivere delle storie, cose inventate o cose che ricordo della mia vita ma comunque storie, cose dove non c’entra la cultura ma soltanto la memoria e la fantasia.
Quando scrivo delle storie sono come uno che è in patria, sulle strade che conosce dall’infanzia e fra le mura e gli alberi che sono suoi.

N. Ginzburg, “Il mio mestiere”, Le piccole virtù

Natalia Ginzburg, nacque a Palermo il 14 luglio 1916 da Giuseppe e da Lidia Tanzi.
Il padre, ebreo triestino, è professore di anatomia comparata nell’ateneo palermitano. Lidia Tanzi, milanese, è figlia di Carlo Tanzi, avvocato socialista amico di Turati. “Le cose che mio padre apprezzava e stimava erano: il socialismo; l’Inghilterra; i romanzi di Zola; la fondazione Rockfeller; la montagna, e le guide della Val d’Aosta. Le cose che mia madre amava erano: il socialismo; le poesie di Paul Verlaine; la musica e, in particolare, il Lohengrin, che usava cantare per noi la sera dopo cena” (Lessico famigliare, in Opere, I, Milano 1986, p. 914).
Una metà circa della vita della L. scorre negli anni narrati dal suo libro maggiore, Lessico famigliare (1963), storia di una famiglia ebrea torinese nel ventennio fascista: un’autobiografia comunitaria ricostruita a partire dal gergo quotidiano dei Levi, linguaggio dove è custodita la forma dei legami e dei destini.
Il Lessico è un romanzo di cose vere; la L. reinventa la memoria mediante uno stile dalla musicalità infallibile. Questo paradosso dà conto della coesistenza (o coincidenza) di numerosi opposti nei suoi libri: la vita quotidiana e la storia, la realtà e la finzione, la luce che illumina le vicende umane e il buio del riserbo che ne custodisce il nucleo più intimo.
Di quel nucleo è parte decisiva un nome: dal 1944 in avanti la L. firma i suoi scritti col cognome Ginzburg, acquisito con il primo matrimonio. È il segno di un’identità rivendicata.
La L. è ultima di cinque fratelli, tutti molto più grandi. Il primogenito, Gino (1901), diventerà un consulente industriale; Paola (1902) sposerà l’industriale Adriano Olivetti; Mario (1905) e Alberto (1909) saranno entrambi cospiratori antifascisti, il primo lavorerà all’Unesco, il secondo farà il medico. I Levi si stabiliscono a Torino nel 1919. La L. fa le elementari in casa.
È un’infanzia felice ma solitaria. I genitori non danno educazione religiosa ai figli. Da bambina e poi da ragazza, la L. avvertirà questo disagio di essere “niente”, e da adulta dirà spesso di sentirsi insieme ebrea e cattolica. Gli scrittori più amati sono russi: Čechov, Dostoevskij, Tolstoj, “protettori i cui libri io non leggevo, ma piuttosto succhiavo come un bambino succhia il latte della balia, studiandomi di suggere e penetrare il segreto della prosa” (Nota a Cinque romanzi brevi, in Opere, I, cit., p. 1117). Più volte tenterà di imparare il russo.
Nel 1927 è iscritta al liceo-ginnasio Vittorio Alfieri. Scrive molte poesie. Nell’estate 1933, dopo una bocciatura, riesce a finire un breve racconto intitolato Un’assenza. Lo legge Leone Ginzburg, amico di suo fratello Mario, e lo propone alla rivista Solaria, che lo respinge ma in seguito ne accetterà un secondo, I bambini. Nello stesso anno, con l’amica Bianca Debenedetti, redige a mano (scriverà a mano per tutta la vita) la rivista Il Gallo. Negli anni successivi pubblicherà racconti nel quotidiano genovese Il Lavoro e nelle riviste Letteratura e Le Grandi Firme. Consegue la maturità classica nel 1935. Si iscrive alla facoltà di lettere ma non prenderà la laurea.
11 marzo 1934: fermato a Ponte Tresa per possesso di opuscoli antifascisti, Mario Levi riesce a fuggire in Svizzera. Seguono, a Torino, molti arresti, tra cui quelli di Giuseppe e Gino Levi, presto scarcerati, e di Ginzburg.
Durante la detenzione, scontata per due anni nel carcere di Civitavecchia, Ginzburg e la L. si scrivono; Ginzburg torna a Torino nel marzo 1936; si sposano il 12 febbr. 1938. Giulio Einaudi assume Ginzburg nella casa editrice che insieme hanno fondato nel 1933; propongono alla L. di tradurre la Recherche di M. Proust. Lei, che ancora non l’ha letta, risponde di sì. Questo atto d’incoscienza maturerà nel suo più grande amore letterario. Nel 1937 ha conosciuto C. Pavese. Sarà un’amicizia scontrosa e affettuosa. Scriverà nel 1957 Ritratto di un amico, il testo più intensamente vero a lui dedicato.
Nascono a Torino i primi due bambini dei Ginzburg: Carlo (1939) e Andrea (1940). Allo scoppio della guerra Ginzburg, che per effetto delle leggi razziali ha perso la cittadinanza italiana, è internato a Pizzoli, villaggio nei pressi dell’Aquila, come “persona pericolosa per la sicurezza dello Stato”. La famiglia lo raggiunge due mesi dopo. La L. scrive La strada che va in città tra settembre e novembre del 1941. Lo pubblica nel 1942 Einaudi, editore di quasi tutta la sua opera.
È un breve romanzo in cui dominano i personaggi femminili. Domina anche un senso di triste dissipazione dei rapporti umani sotto il quale si percepisce però l’allegretto del raccontare. A trovare il titolo è stato Leone, e sarà ancora lui a rendere con La strada di Swann il titolo del primo volume della Recherche, che la L. traduce sotto la sua assistenza.
Ebrea dal ramo paterno, la L. è costretta a firmare il romanzo con lo pseudonimo Alessandra Tornimparte. Il cognome viene da Sassa Tornimparte, un paese vicino a Pizzoli; il nome Alessandra verrà dato alla sua terza figlia, nata a L’Aquila il 20 marzo 1943.
Caduto il fascismo, Ginzburg riprende a Roma l’attività editoriale e politica. Il 1° novembre la famiglia lo raggiunge, ma venti giorni dopo è arrestato. Rinchiuso a Regina Coeli, viene identificato come ebreo e trasferito al braccio tedesco. Muore nella notte tra il 4 e il 5 febbr. 1944, in seguito alle torture subite. Dopo l’arresto moglie e figli non hanno mai potuto incontrarlo.
Scomparso il marito, la L. si nasconde in un convento di orsoline sulla via Nomentana, poi ripara a Firenze da una zia. Nell’ottobre 1944 torna a Roma senza i bambini. Rievoca gli anni di Pizzoli nella prosa Inverno in Abruzzo. Scrive anche, in ricordo del marito, la poesia Memoria, che esce in un fascicolo della rivista Mercurio (dicembre 1944) dedicato alla lotta partigiana.
Iscrittasi al Partito d’azione, la L. pubblica alcuni brevi articoli etico-politici nel quotidiano L’Italia libera (organo del Partito d’azione). È assunta presso la sede romana di Einaudi. In quelle stanze riesce a scavare una tana per sé e per il proprio lutto; riprende e conclude la traduzione di Proust, apparsa nel 1946. Abita in una pensione valdese; nell’estate 1945 intraprende un trattamento psicoanalitico con Ernst Bernhard. È un periodo di profondo sconforto segnato anche da un tentativo di suicidio. La assiste una collega e amica, Angela Zucconi; va ad abitare nella sua casa nel quartiere Prati. Con la Zucconi progetta anche una rivista, Arianna, mai realizzata.
Nell’ottobre 1945 torna a Torino. Sarà, con Pavese, il filosofo F. Balbo e il musicologo M. Mila, tra i redattori fissi della casa editrice Einaudi.
Con gli anni, il suo ruolo diventerà quello di custode dell’immagine materiale e ideale della casa editrice: sensibilissima al clima dei rapporti umani e di lavoro, è una coscienza critica che pensa e agisce secondo la norma di una concreta etica del gusto.
Nel 1947, convinta da Balbo, si iscrive al Partito comunista italiano (PCI). Lo abbandonerà silenziosamente nel 1952. Tra l’ottobre 1946 e il gennaio successivo scrive il romanzo breve È stato così, dedicato “A Leone”.
Condotto in prima persona, è il monologo di una donna che ha appena sparato al marito: un racconto di una malinconia cinerea, scritto affidandosi ai propri nervi indolenziti. Vince il premio milanese Due cicogne-Bagutta.
Nasce nel 1948 l’intensa amicizia della L. con Elsa Morante, della quale cura la pubblicazione di Menzogna e sortilegio. È impegnata con il Fronte popolare socialcomunista nella campagna elettorale, vinta dalla Democrazia cristiana: collabora a un “giornale parlato” diffuso nelle strade di Torino. Tra l’estate e l’autunno ha una breve storia d’amore con Salvatore Quasimodo, incontrato in Polonia al Congresso mondiale degli intellettuali per la pace. Nel 1949 a Venezia, a un convegno del Pen Club, ritrova l’anglista Gabriele Baldini, incontrato fugacemente quattro anni prima. Baldini, romano, nato nel 1919, riceverà presto un incarico all’Università di Trieste. Si sposano nell’aprile 1950. Nel 1952 Baldini è chiamato presso la facoltà di magistero di Roma; la L. e i suoi figli lo seguono. Su questo trasferimento si conclude, cronologicamente, Lessico famigliare. L’altro evento che tronca questo periodo è il suicidio di Pavese (27 ag. 1950).
L’ultimo racconto scritto dalla L. a Torino è Valentino (febbraio 1951). Esce nella rivista Botteghe oscure.
È la storia, raccontata dalla sorella, di un giovane uomo affascinante e indefinibile. Il suo mistero – è omosessuale – è delicato e povero; tuttavia questa scoperta tardiva non distruggerà la grazia della sua figura.
Tutti i nostri ieri, scritto tra febbraio e agosto 1952, premio Veillon, è il romanzo più lungo della L.; è il primo tentativo, tumultuoso, cupo e frondoso, di fare la biografia di una generazione e di una regione sotto il fascismo.
Il 4 sett. 1954, dall’unione con Baldini, nasce una figlia, Susanna, affetta da una grave malformazione. Nel 1956 il rapporto di lavoro con Einaudi si trasforma in consulenza. Nei primi due mesi del 1957 la L. scrive Sagittario, romanzo breve che, raccolto in volume con Valentino e il racconto La madre (1948), vince il premio Viareggio. È il racconto di una truffa povera, un viaggio minuzioso nella solitudine e nello squallore.
Al principio del 1959 nasce il quinto figlio della L., Antonio, che sopravvive quindici mesi. Frattanto, Baldini ha ricevuto un incarico triennale come direttore dell’Istituto italiano di cultura a Londra. La L. lo raggiunge nell’aprile 1959. Il trasferimento in Inghilterra provoca spaesamento e nostalgie. Scritto in venti giorni nella primavera 1961, Le voci della sera è il più ventoso dei suoi romanzi, malgrado la tristezza coercitiva del Piemonte di provincia recuperata nella lontananza inglese. Vince il premio Chianciano.
La L. torna a Roma nell’estate 1961. Nel febbraio 1962 diventa nonna: nasce Silvia, primogenita di Carlo. Nell’autunno 1962 esce la sua prima raccolta di saggi e scritti di memoria, Le piccole virtù.
Diventano pienamente percepibili il carattere “politecnico” della sua opera e quella “intelligenza fisiologica” individuata dal più acuto dei suoi critici, C. Garboli (Scritti servili, pp. 93 e 102).
Tra ottobre e dicembre scrive Lessico famigliare. È un grande successo di vendite e (con qualche voce discorde) di critica. Vince il premio Strega 1963. L’anno successivo interpreta Maria di Betania nel film Il Vangelo secondo Matteo di P.P. Pasolini. Nel novembre 1964 scrive un importante autocommento, la Nota che apre la raccolta einaudiana dei suoi Cinque romanzi brevi.
Nell’estate 1965 una giovane amica, l’attrice Adriana Asti, le chiede una commedia. La L. ha appena dichiarato sul mensile Sipario (maggio) il proprio disagio all’idea di scrivere per il teatro; poi, in vacanza, completa in una sola settimana Ti ho sposato per allegria, tre atti divaganti intorno ai monologhi di un personaggio femminile, Giuliana. La dirige con successo L. Salce.
Il teatro sarà il modo per proseguire a raccontare dopo la pura autobiografia del Lessico, per dare voce a molti “io”, nessuno dei quali confondibile con l’io dell’autrice e per esprimere con levità il senso d’inappartenenza al proprio tempo. Tra il 1965 e il 1971 la L. scrive otto commedie.
L’inserzione è del novembre 1965; è un lavoro più secco, più cupo. Vince nel 1968 il premio internazionale Marzotto. Sarà rappresentata nell’autunno 1968 all’Old Vic di Londra da L. Olivier e Joan Plowright. In Italia la metterà in scena L. Visconti. I due atti di Fragola e panna sono dell’ottobre 1966, i tre atti de La segretaria dell’aprile 1967. Le prime quattro pièces sono raccolte nella primavera 1968 in volume da Einaudi (Ti ho sposato per allegria e altre commedie).
L’assortimento umano e la sottigliezza narrativa del suo teatro crescono con gli anni; i personaggi maschili assumono ruoli cardinali, le vite raccontate in scena sono sempre più sconvolte, i rapporti famigliari stracciati e penosi. In alcuni testi vi sono personaggi di cui si parla continuamente ma che non compaiono mai. Paese di mare e La porta sbagliata, in tre atti, sono del 1968; Dialogo, in un atto, è del maggio 1970, il monologo La parrucca dell’anno successivo. I quattro nuovi testi formano il volume Paese di mare e altre commedie (Milano 1973), pubblicato da Garzanti in seguito a un litigio della L. con Einaudi.
Sul finire del 1968 la L. comincia a collaborare ai giornali con assiduità: vi pratica una forma di saggismo anomalo, che azzera ogni gergo intellettuale fondendo la perentorietà etica e la certezza del gusto con un’intonazione di stupita autoironia. I testi raccolti nel volume Mai devi domandarmi (ancora per Garzanti, ibid. 1970) sono ripresi da La Stampa. Il 19 giugno 1969 muore all’ospedale S. Giacomo di Roma, per epatite virale, Gabriele Baldini.
Tra l’ottobre e il dicembre 1972 scrive il romanzo, metà narrativo e metà epistolare, Caro Michele, pubblicato da Mondadori (ibid. 1973).
È il romanzo dell’apocalisse giornaliera dei rapporti umani; solo gli oggetti più ordinari offrono ancora appigli vitali. Chi dà l’intonazione è Michele: scontroso, impulsivo, inaffidabile, reticente, figlio e fratello in fuga, padre e marito insofferente ai ruoli, è destinato a morte casuale in una rissa politica.
Nel 1973 la L. lascia La Stampa per il Corriere della sera. Negli articoli di questi anni si occupa spesso della condizione femminile. Condivide le rivendicazioni delle femministe ma non il loro atteggiamento orgoglioso e antagonista verso i maschi. La terza raccolta saggistica, Vita immaginaria, esce da Mondadori (ibid. 1974).
Nel settimanale romano Il Mondo firma per circa un anno, a partire dalla primavera 1975, la critica cinematografica. Terrà poi, sul Corriere, quella televisiva. Nello stesso periodo dirige presso la Emme Edizioni di Milano una collana per ragazzi. Il racconto Borghesia viene pubblicato a puntate sul Corriere della sera nell’estate 1977. Costituisce, con il coevo Famiglia, un dittico pubblicato da Einaudi, col quale la L. si è riconciliata; riprende anche il lavoro di consulente, esaminando centinaia di manoscritti; i suoi giudizi sono limpidi, rapidi, icastici. Nel 1981, per incarico di G. Pampaloni, costruisce con l’amica Dinda (Clorinda) Gallo un’antologia di letture per la scuola media, intitolata La vita.
È suddivisa in voci che corrispondono ai momenti e agli elementi principali dell’esistenza: Nascere, Cibo, Acqua, Sonno… I brani inseriti sono insolitamente ampi. La vita è il suo libro segreto: un’autobiografia intellettuale e uno specimen del suo modo di raccontare storie e idee.
Alle elezioni politiche del giugno 1983 (IX legislatura) il PCI le offre una candidatura alla Camera dei deputati. È incerta, sapendo di non avere una “mente politica”, ma infine accetta. Eletta a Torino, si iscrive al gruppo della Sinistra indipendente e diventa membro della commissione Interni. Ricandidata nella X legislatura (1987-92), sarà eletta a Perugia e farà parte della commissione Lavori pubblici.
I suoi pochi interventi in aula sono memorabili per brevità e chiarezza: uno, celebre, è dedicato al prezzo del pane e al linguaggio politico; altri, alla tutela della pace e alla legge sulla violenza sessuale.
Collabora con l’Unità. È risolutamente contraria al cambiamento del nome da parte del PCI (1991). I suoi articoli politici sono raccolti, insieme con altri saggi del periodo 1973-90, nel volume Non possiamo saperlo (uscito postumo da Einaudi, nel 2001, a cura di D. Scarpa).
Nel 1982 intraprende una lunga ricerca su Manzoni e i suoi congiunti. Ne ricava un nuovo non-fiction novel intitolato La famiglia Manzoni, pubblicato nel 1983 da Einaudi, che vince il premio Bagutta 1984. Nel 1983 traduce, per la collana “Scrittori tradotti da scrittori” ideata da G. Einaudi, La signora Bovary. Al principio del 1984 prende forma il progetto di riunire presso Mondadori le sue opere complete in due volumi della collana “I meridiani”. Si occuperà lei stessa della scelta (N. Ginzburg, Opere raccolte e ordinate dall’autore, I-II, Milano 1986-87); il saggio introduttivo, certo lo scritto più illuminante sulla L., è di Garboli. Tra maggio e settembre 1984 scrive il romanzo La città e la casa, pubblicato a fine anno da Einaudi con risvolto dell’autore.
“La città e la casa è un romanzo epistolare. Mi auguro e spero che, nelle vicende e nelle fisionomie delle persone che si scambiano queste lettere, possa riflettersi un poco della vita dei nostri giorni. Ma la vita dei nostri giorni, trovo sia difficile raccontarla. Perciò se vi si rifletterà, vi si rifletterà in modo esiguo, estremamente frammentario e parziale, e come nelle schegge d’uno specchio rotto”.
Nel 1985 scrive per il Festival dei due mondi di Spoleto la commedia in due tempi La poltrona. Nel 1986 traduce le memorie di una sopravvissuta al regime di Pol Pot, Il racconto di Peuw bambina cambogiana. Nell’agosto 1988 scrive per Giulia Lazzarini la commedia in tre atti L’intervista.
Anche questa commedia, la cui vicenda copre il periodo 1978-88, ruota intorno a un personaggio assente, l’uomo politico Gianni Tiraboschi. In poche scene la L. coglie il senso profondo e minuzioso dei mutamenti che hanno stravolto l’Italia.
Nel 1990 le sei commedie del periodo 1968-88 sono raccolte nel volume einaudiano Teatro, aperto da un’importante Nota autobiografica. Nel 1989 cura per Einaudi una Vita attraverso le lettere di Čechov. Quell’anno la L. dedica molti articoli alla vicenda di una bimba filippina, adottata irregolarmente da una famiglia di Racconigi e assegnata ad altra famiglia dal giudice minorile. Serena Cruz, o la vera giustizia, che esce da Einaudi nel febbraio 1990 scatenando polemiche aspre, è un’opera di testimonianza rivolta a una società tiepida e senza memoria, una furente invocazione della verità.
Nel maggio 1990 il terzo canale della Radio le dedica un ciclo di conversazioni. Nel 1999 ne verrà tratto il volume È difficile parlare di sé, curato da sua nipote Lisa Ginzburg e da Garboli. Redige, per un Autodizionario degli scrittori italiani, una Autobiografia in terza persona.
Al testo dattiloscritto aggiunge alcune righe a penna: “Vive sola con la figlia Susanna, gravemente inferma dai primi mesi di vita. L’infermità della figlia le impedisce di pensare alla propria morte tranquillamente. Tuttavia ha fiducia nella provvidenza, nell’affetto degli altri figli, negli angeli custodi. Benché in modo caotico, tormentato e discontinuo, crede in Dio” (Non possiamo saperlo, cit., pp. 182 s.).
Pochi mesi dopo, per un’ulcera gastrica, le asportano due terzi dello stomaco. Scrive per il Mittelfest di Cividale del Friuli il brevissimo dialogo Il cormorano; è il suo ultimo lavoro d’invenzione. L’ultima traduzione risale invece all’estate: Una vita di G. de Maupassant, pubblicata postuma (1994) nella collana “Scrittori tradotti da scrittori” di Einaudi. Il 20 ag. 1991 ha un grave peggioramento.
La L. morì nella sua casa di Roma, nella notte tra il 7 e l’8 ott. 1991.

Da: treccani.it (Domenico Scarpa)